mercoledì 21 gennaio 2009

Il Tempo di un Caffé

Selezionato al premio letterario "Ilbox - i delitti di Cronaca Vera", e pubblicato sulla rivista "Cronaca Vera" il 3 dicembre 2008;
Finalista al Premio Letterario “USAM – una storia al mese” indetto da “edizioni XII” (settembre 2008)

1.

Laura si tirò su dal letto con la faccia di chi non ha chiuso occhio tutta la notte. Sembrava dieci anni più vecchia. Indossò la vestaglia rosa che Filippo le aveva regalato l’anno prima, per l’anniversario, e andò in cucina strascicando le pantofole. Ci aveva messo dieci minuti per trovare la forza di alzarsi dal letto. Dieci minuti a occhi aperti a domandarsi perché mi dovrei alzare?

Passò davanti alla porta aperta del soggiorno. Ci dormiva Filippo, sul divano, i piedi nudi sporgevano dal bracciolo. Laura non lo degnò di un’occhiata. Gli occhi ancora gonfi del pianto della sera prima, si mise ai fornelli a preparare il caffè.

Tirando su col naso e riempiendo a cucchiaiate la caffettiera cercò di scacciare dalla mente i ricordi di trentacinque anni passati insieme. Tanto sapeva che sarebbero ritornati a tormentarla. La aspettavano anni e anni di tormento e rimpianto. Suicidarsi? non l’avrebbe mai fatto. Minacciare di farlo non sarebbe servito, lo sapeva. Era finita ma non riusciva ad accettarlo. Come si fa ad accettarlo?

Piena di odio, di rabbia. Lo aveva coperto di graffi, lo aveva picchiato, era servito solo a farli piangere entrambi. Lo aveva visto in ginocchio, alla fine, singhiozzante, umiliato. In ginocchio a cinquantasette anni a piangere come un bambino.

- Ti prego lasciami andare – l’aveva implorata, a testa china e la mano a coprirsi gli occhi.

E lei invece aveva continuato:

- Con quella puttana! Con quella troia! – troneggiando su di lui, senza pietà, sputandogli in testa il suo odio…

Sputando…

Avvitando forte la caffettiera pensava che la loro storia era nata da uno sputo, e le venne da piangere. Ancora. Si trattenne perché lo sentì arrivare, schiaffeggiando il pavimento coi piedi nudi. Era dietro di lei, sulla porta.

- Buongiorno. – disse Filippo, lei non rispose.

Lui si strofinava gli occhi coi polpastrelli, i pochi capelli spettinati. Aveva lanciato un’occhiata alla porta d’ingresso come per assicurarsi che le valigie fossero ancora lì, che lei non le avesse svuotate o nascoste. Non gli passò per la mente di sedersi, di provare a ragionare con la donna con cui aveva condiviso una vita. Tanto era inutile.

Tornò indietro, si infilò in bagno. A lavarsi, a prepararsi per andare via.

Lei era stata lì lì per voltarsi. Aveva pensato di sorridergli. Provarci almeno. Aveva immaginato sé stessa più bella di com’era, con un sorriso che non le sarebbe riuscito mai, che si voltava e gli diceva:

- Te lo ricordi quando ci siamo incontrati la prima volta?

Lui avrebbe chinato gli occhi. E poi avrebbe sorriso a sua volta preso dai ricordi. Avrebbero ricordato insieme, avrebbero riso.

Si erano conosciuti alla festa di qualcuno. Lei era sicuramente la più bella di tutte in quel giardino, o almeno così si sentiva. Lui era insieme ad altri tre amici. Si scambiavano occhiate, erano tutti e due ubriachi. Lei di più perché non c’era abituata. Poi lui si era avvicinato, come le batteva il cuore, e le mani tremavano! E le aveva sussurrato qualcosa all’orecchio con tutta la sfacciataggine dei suoi vent’anni. Tanto sfacciato lui e tanto ubriaca lei che aveva frainteso. Lui aveva detto:

- Ti posso accompagnare a casa?

E lei aveva capito tutt’altro, qualcosa di sconcio.

Si era fatta tutta rossa, e il primo impulso era stato di mollargli un fragoroso schiaffone, poi invece si era accontentata di fargli una risatina acida e sputargli nel bicchiere. Aveva fatto per andarsene quando qualcosa l’aveva trattenuta. Lui che d’un fiato scolava il bicchiere in cui aveva appena sputato. E poi la fissava. Quegli occhi le trafissero l’anima. E da allora era stata sua.

Se ne avessero parlato ora di sicuro avrebbero riso insieme, si sarebbero avvicinati, e lui si sarebbe seduto. Ma lui era andato a prepararsi per uscire da quella porta e non tornare più e lei era lì, la faccia gonfia, ad aspettare che il caffè uscisse sapendo che mai l’avrebbe lasciato andare.

2.

Non sarebbe mai riuscita a sorridergli. Ci aveva anche provato, ma poi se lo immaginava a letto con quella, e diventava una iena. Lui era suo. Era suo. Non poteva permettere che una sciacquetta di trent’anni più giovane di lei glielo portasse via. Non ce la faceva a sopportarlo.

Filippo ritornò in cucina. Si era vestito, i capelli pettinati all’indietro, gli occhi non più assonnati la fissavano blu come quella sera. Ma solo il colore era lo stesso di allora. Lo sguardo … erano anni che non la guardava più in quel modo.

Laura gli porse il caffè senza guardarlo in faccia, devastata. Filippo si avvicinò per prendere la tazzina ma Laura ritrasse la mano d’istinto, con un brivido come se temesse di essere toccata da lui.

- Laura … - cominciò Filippo con voce rotta.

Laura scosse la testa. Filippo sospirò. Laura si diceva lascialo andare via, arrenditi, lascia che si rifaccia una vita, al massimo puoi sperare che lei si stanchi e te lo rispedisca indietro come un cane. Tu te lo riprenderesti, no?

Quale che fosse la risposta, Laura decise che andava bene così: te ne puoi andare. Ma le salì la rabbia. E invece di rovesciarglielo addosso sputò nel caffè, per istinto, convinta che l’avrebbe umiliato uguale, anzi di più. E per finire quella storia così come era cominciata. Sputò nel caffè e gli diede le spalle, perché la reazione di Filippo non se la sarebbe aspettata mai.

Filippo bevve il caffè come quasi quarant’anni prima aveva bevuto quella birra. Lei lo fissò stralunata, gli occhi di Filippo erano gonfi, rossi.

- Addio Laura. – disse con voce strozzata, e un secondo dopo se n’era andato.

Laura era sconvolta. Allungò la mano come se potesse ancora toccarlo. Corse a prendere il cellulare con l’intenzione di chiamarlo, visualizzò il suo numero e rimase a fissarlo senza premere il pulsante.

Filippo scese le scale col groppo in gola, asciugandosi di continuo gli occhi. Non voleva farsi vedere così da Alice. Si mise in macchina che lo strazio per il distacco da Laura gli aveva chiuso lo stomaco. Rimase un secondo la schiena premuta contro il sedile, a occhi chiusi a far passare la nausea. Poi partì.

Laura fissava ancora il telefonino. Ogni tanto un sussulto, un lampo di coscienza negli occhi. Si diceva lo devo chiamare. Non riusciva a crederci, l’aveva fatto davvero alla fine. Poi tornava come incantata a fissare il numero. Nella mente una voce come da lontano gridava:

- Chiamalo! Chiamalo! Diglielo! Ma che stai facendo, fermalo!

Filippo intanto correva verso casa di Alice. Correva perché tutto quel che voleva era vederla, dirle cominciamo la nostra vita insieme, scordarsi della vecchiaia e dell’angoscia che aveva lasciato nella sua vecchia casa. Ricominciare da capo col sorriso di Alice accanto, la luce dei vent’anni che le brillava negli occhi. Ma non riusciva a scrollarsi di dosso l’ansia e lo stress di quegli ultimi giorni. Gli girava la testa, faticava a respirare. Pensò di accostare ma poi gli parve di stare meglio e proseguì. Casa di Alice era in fondo alla strada. Gli parve perfino di riconoscerla alla finestra. Sorrise, poi qualcosa di strano gli si smosse nello stomaco. Un fiotto denso gli risalì per la gola, gli impedì di respirare. Un lampo di panico negli occhi, un raschiare di gola, s’irrigidì.

Alice lo aspettava davvero davanti alla finestra, stava lì dall’alba. L’appartamento glielo aveva preso lui quando per causa sua Alice aveva abbandonato la famiglia. Riconobbe la macchina, infilò le scarpe bianche da ginnastica che lui le aveva regalato e scappò giù per le scale felice. Non aveva dubbi che Filippo fosse l’uomo della sua vita, non era stata triste un giorno solo da quando c’era lui. Si mise a correre incontro alla macchina, il giornalaio sorrise nel vedere una ragazza tanto carina che correva felice come verso i suoi sogni. Ma Alice si fermò di botto quando vide la macchina sbandare, salire sul marciapiedi, piombare su di lei. Si appiattì contro il muro, ma l’auto di Filippo la travolse, la ingoiò. Abbattuto un segnale giallo di fermata dell’autobus si fermò contro una fila di auto parcheggiate. Si lasciava dietro una lunga scia rossa, e una scarpa da ginnastica bianca. La gente che si radunò intorno sconvolta vide le gambe di Alice che sporgevano dritte tra le ruote posteriori.

Laura aveva smesso di fissare il telefono. Era più calma adesso. Dopotutto che ne sapeva lei di sonniferi? Che ne sapeva di dosi? Al massimo, si diceva, Filippo avrà accostato da qualche parte e si sarà fatto una dormita. Lei aveva messo le gocce nel caffè così … non pensava di farglielo bere. L’aveva fatto così … per dire potrei farglielo bere. E poi sputarci dentro era stata una reazione, un istinto. Come poteva immaginare che l’avrebbe bevuto! E poi, che significava che l’aveva bevuto? Non poteva significare che forse la amava ancora? Sorrise come cullasse una speranza dentro, e intanto controllava la boccetta.

Simone Lega

11 agosto 2008


2 commenti:

Anonimo ha detto...

ciao simo

simo ha detto...

ciao chri!